Riflessione
A prima vista, parlare di “campo” elettrico sembra un raddoppio di parole: in fondo, dato un sistema di cariche, conosciamo già la legge di Coulomb e sappiamo calcolare la forza che agisce su una carica di prova in qualunque punto. Perché introdurre allora , che ci dice in pratica la stessa cosa, una volta divisa per la carica di prova?
La risposta è che il vero salto concettuale arriva quando ci accorgiamo che anche dove non c’è una carica di prova, il campo c’è ugualmente: è una proprietà dello spazio attribuibile alle sorgenti, non una proprietà della carica di prova. Questo ribaltamento, fatto da Faraday e poi formalizzato da Maxwell, sembra una finezza ma cambia tutto: prepara la strada all’idea che le interazioni si propaghino nel mezzo (con velocità finita), che il campo possa avere energia propria, che la radiazione elettromagnetica possa esistere indipendentemente dalle sorgenti che l’hanno generata — cosa che Coulomb non avrebbe mai potuto descrivere con la sua legge nuda.
Vista così, il campo non è “la stessa cosa detta in modo diverso”: è un’ipotesi ontologica che si rivela poi indispensabile. Ne riparleremo a proposito delle onde elettromagnetiche (Einstein e Infeld 1938; Battimelli e Stilli 1999). Vedi anche Riferimenti bibliografici.
Collegamenti
Argomenti: Campo elettrico e potenziale Concetti: Campo elettrico
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