Johannes Kepler (1571–1630) lavorò per otto anni sui dati osservativi di Tycho Brahe per scoprire che le orbite dei pianeti sono ellissi con il Sole in un fuoco. Ma perché ellissi? La risposta arrivò sessant’anni dopo, quando Newton dimostrò che una forza inversamente proporzionale al quadrato della distanza () produce esattamente orbite coniche: ellissi, parabole o iperboli (Newton 1687).
La leggenda racconta che Newton concepì l’idea vedendo cadere una mela nel giardino della casa materna a Woolsthorpe nel 1666, durante la peste che lo aveva costretto a lasciare Cambridge. Vera o no, l’intuizione è grandiosa: la stessa forza che fa cadere la mela tiene la Luna in orbita (Simonyi 2012, cap. 3).
La precisione che aprì la strada
La precisione ossessiva di Keplero fu decisiva: una discrepanza di soli 8 minuti d’arco tra le osservazioni di Tycho Brahe e il modello a orbite circolari lo spinse a cercare una forma diversa, finché non trovò l’ellisse. Keplero scrisse il proprio epitaffio: Mensus eram caelos, nunc terrae metior umbras (“Avevo misurato i cieli, ora misuro le ombre della terra”) (Simonyi 2012, pp. 190–193).
Henry Cavendish (1731–1810) misurò per la prima volta la costante nel 1798 con una bilancia di torsione, “pesando la Terra” nel suo laboratorio. Il valore che ottenne differisce meno dell’1% da quello accettato oggi (Simonyi 2012, p. 264).
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