La teoria della relatività ristretta è spesso dipinta come “la teoria che ci dice che tutto è relativo”. È esattamente il contrario. La relatività ci dice quali cose non sono relative: la velocità della luce, l’intervallo di Minkowski (Δτ)2=(Δt)2(Δsc)2,(\Delta\tau)^2 = (\Delta t)^2 - \left(\frac{\Delta s}{c}\right)^2, la massa a riposo di una particella. Sono i nuovi invarianti, che prendono il posto dello spazio e del tempo newtoniani, un tempo ritenuti assoluti e ora scoperti dipendenti dall’osservatore.

Einstein non ha “relativizzato tutto”: ha scambiato un insieme di invarianti per un altro, più sottile e più profondo. È un rovesciamento di prospettiva che vale la pena tenere a mente. Ciò che la fisica prerelativistica dava per assoluto — la durata di un intervallo di tempo, la lunghezza di un regolo, la simultaneità di due eventi — diventa relativo al sistema di riferimento; ma al loro posto emergono nuove grandezze, uguali per tutti gli osservatori.

Dietro ogni teoria fisica matura c’è, in fondo, una ricerca di invarianti: sono essi a costituire lo scheletro oggettivo del mondo, ciò che resta quando ci si sposta da un punto di vista a un altro (Einstein e Infeld 1938; Rovelli 2014). Cercare le invarianze di una teoria significa cercare ciò che, in mezzo a tutto il cambiamento apparente, non cambia: e questo — non l’idea che “tutto sia relativo” — è il vero cuore della relatività. Si veda anche Riferimenti bibliografici.

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Argomenti: Relatività ristretta Concetti: Invariante spazio-temporale

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