Tutto cominciò in un caffè londinese nel 1684, dove Edmond Halley, Christopher Wren e Robert Hooke discutevano un problema che li assillava: se le orbite ellittiche dei pianeti potessero derivare da una forza inversamente proporzionale al quadrato della distanza. Wren offrì un premio a chi ne avesse fornito la dimostrazione, ma nessuno dei tre riusciva a completarla. Halley decise allora di andare a Cambridge a consultare Isaac Newton, che rispose con un manoscritto di appena nove pagine, il De Motu Corporum in Gyrum: un testo che, da solo, gli avrebbe già assicurato un posto nella storia della scienza. Ma era soltanto l’inizio. Nei tre anni successivi Newton lo espanse enormemente, trasformandolo nei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1687), l’opera che riorientò la filosofia naturale per generazioni (Oxford Handbook of the History of Physics 2014, pp. 109–110) Riferimenti bibliografici.
L’opera fu scritta in un vero e proprio furore creativo, durante il quale Newton visse quasi da recluso al Trinity College, dimentico persino di mangiare. La pubblicazione stessa fu un’avventura: Halley la finanziò di tasca propria, dopo che la Royal Society aveva esaurito il proprio budget stampando un lussuoso libro sui pesci (Simonyi 2012, pp. 255–270).
Newton aveva un metodo di lavoro tutto suo. Annotava le sue idee ancora acerbe in un quaderno che chiamava waste book (“libro degli scarti”), oggi considerato forse il più importante documento autografo del genio inglese. Il suo carattere, però, era tutt’altro che sereno. La successiva disputa con Leibniz sulla priorità dell’invenzione del calcolo infinitesimale degenerò al punto che la Royal Society — presieduta dallo stesso Newton — arrivò ad accusare Leibniz di plagio. Fu una vittoria “di Pirro”: per orgoglio nazionale, i matematici inglesi si aggrapparono ostinatamente alla notazione di Newton, ignorando gli straordinari sviluppi della scuola continentale di Leibniz (i Bernoulli, Eulero). Per oltre un secolo, di conseguenza, la matematica britannica rimase di importanza secondaria (Simonyi 2012, pp. 295–296).
Contesto storico
Edward Dolnick, nella sua storia dell’era dei Principia, descrive il XVII secolo come l’epoca in cui, per la prima volta, l’umanità intuisce che l’universo funziona “come un orologio”: un meccanismo perfetto, descrivibile da equazioni matematiche e prevedibile con precisione arbitraria. Newton è la figura centrale di questo “universo meccanico”, che tutti i fisici successivi avrebbero ereditato e raffinato, fino alla crisi della meccanica classica all’inizio del Novecento (Dolnick 2011).
Eppure Newton stesso era molto più di un fisico. Passò più tempo sui manoscritti alchemici e sulle interpretazioni apocalittiche della Bibbia che non sulla gravitazione. Quando John Maynard Keynes acquistò all’asta i suoi manoscritti inediti, nel 1936, ne rimase profondamente colpito e scrisse la celebre frase che riassume questa doppia natura:
Quote
“Newton non fu il primo dell’età della ragione. Fu l’ultimo dei maghi.” — John Maynard Keynes (Simonyi 2012, cap. 1)
Collegamenti
Argomenti: Dinamica Concetti: Seconda legge di Newton
Esercizi collegati: Esercizio svolto — due scatole con molla e puleggia · Problema — Accelerazione da forza netta · Problema — Due blocchi legati su piano liscio