Prima di reinterpretare l’effetto fotoelettrico in termini di bande di energia, è utile ripercorrere l’esperimento originale: scoperto nel 1887 da Heinrich Hertz, studiato sistematicamente da Philipp Lenard (Nobel 1905) e infine spiegato da Albert Einstein (1905, Nobel 1921 proprio per questa spiegazione, non per la relatività).
L’apparato
Un tubo a vuoto contiene due elettrodi metallici: una placca fotosensibile (il catodo, tipicamente sodio, potassio o zinco) e un collettore (l’anodo). Una finestra trasparente permette di illuminare la placca con luce monocromatica di frequenza e intensità regolabili. Un generatore variabile applica tra catodo e anodo una tensione di segno arbitrario: se il campo elettrico accelera verso il collettore gli elettroni emessi dalla placca; se (tensione frenante) li respinge. Un amperometro misura la corrente nel circuito.
Apparato dell’effetto fotoelettrico. La luce colpisce la placca (catodo K); gli elettroni estratti attraversano il vuoto fino al collettore, generando una corrente misurata dall’amperometro. La tensione variabile può accelerare o frenare i fotoelettroni.
Le osservazioni di Lenard (1902)
- Per ogni metallo esiste una frequenza di soglia al di sotto della quale non si osserva alcuna corrente, per quanto si aumenti l’intensità della luce.
- Per la corrente compare istantaneamente (in tempi s), anche con intensità debolissime.
- Aumentando l’intensità (a fissata) la corrente cresce linearmente, ma l’energia cinetica massima dei fotoelettroni non cambia.
- Aumentando la frequenza (a fissata) l’energia cinetica massima dei fotoelettroni cresce linearmente in , indipendentemente da .
- L’energia cinetica massima si misura tramite la tensione di arresto , la minima tensione frenante che annulla la corrente: allora .
Perché sono sconcertanti per la fisica classica
Nella visione classica la luce è un’onda elettromagnetica, e la sua energia è proporzionale all’intensità , non alla frequenza. Un’onda intensa dovrebbe quindi poter estrarre elettroni sempre, bastando aspettare il tempo necessario perché l’oscillatore elettronico accumuli abbastanza energia. Invece: soglia netta in frequenza, nessun ritardo apprezzabile, energia cinetica indipendente dall’intensità. Nulla di tutto ciò torna con il quadro ondulatorio.
L’ipotesi di Einstein (1905)
La luce è fatta di quanti — i fotoni — di energia . Un fotone che colpisce un elettrone nel metallo gli cede tutta la propria energia, oppure niente: non esistono cessioni parziali. Se l’energia del fotone supera l’energia di estrazione (il lavoro di estrazione del metallo), l’elettrone esce con energia cinetica massima:
Se invece , l’elettrone resta intrappolato, e non serve a nulla inviare più fotoni alla stessa frequenza: ogni fotone agisce individualmente. Ecco spiegata la soglia:
Ecco perché l’energia cinetica massima non dipende dall’intensità: determina solo il numero di fotoni al secondo — cioè la corrente — non l’energia di ciascuno. Ed ecco perché non c’è ritardo: il primo fotone con estrae subito un elettrone.
Energia cinetica massima dei fotoelettroni in funzione della frequenza. La retta ha pendenza (costante di Planck, uguale per tutti i metalli) e intercetta sull’asse verticale (dipendente dal metallo). Sotto non c’è emissione.
La retta che rappresenta ha dunque pendenza pari alla costante di Planck — la stessa per tutti i metalli! — e intercetta sull’asse verticale, che dipende invece dal metallo. Misurando la tensione di arresto in funzione della frequenza per diversi metalli si ottengono rette parallele: un test pulitissimo della formula di Einstein, realizzato con grande precisione da Robert Millikan nel 1916.
Un caso numerico concreto — la tensione di arresto del sodio illuminato in ultravioletto — è svolto per intero fra gli esercizi di questa sezione.
Collegamenti
Argomenti: Fisica quantistica Concetti: Effetto fotoelettrico · Fotone
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